L’e-book di Alessandra Farebegoli sulla comunicazione web. Chicche di semplicità!
focalizziamo subito l’attenzione sui protagonisti:
chi parla ha a disposizione di 50 minuti,
ma l’attenzione di chi ascolta
dopo appena 10 minuti è prossima allo zero
chi parla deve quindi trovare un equilibrio
e cioè deve segmentare i 50 minuti in 5 moduli
e affrontare solo 5 concetti-chiave
ciascun modulo avrà la durata di 10 minuti:
il 1° minuto serve ad esporre il concetto chiave
nei restanti 9 minuti si devono fornire i dettagli
Leggere tutto l’articolo e le fonti: davvero interessanti.
Già, che cos’è internet? Un generatore di cultura o la conseguenza di una cultura? Descrivere la rete con un taglio netto, come si potrebbe fare con una lavatrice, è una tentazione grande quanto la sua complessità. Possiamo dirci soprattutto quello che non è: non è Google, non è Wikipedia, non è Facebook. Non è il web. Non è un mezzo di comunicazione. Non è la biblioteca di Babele. Non è nessuna delle metafore che sono state utilizzate per definirla in modo semplice e veloce. È nata nel 1969 per servire gli scienziati di diverse università americane, tutti conosciuti e culturalmente omogenei. Gente che pensava come Fermi a un mezzo di cui si sarebbero avvantaggiate tutte le scienze e tutti gli indirizzi di ricerca.
È evoluta in direzioni impreviste. Ma con una regola sempre chiara: è evoluta essenzialmente sulla scorta dell’iniziativa di chi ha visto in internet un’opportunità e ha tentato di coglierla. L’atteggiamento di chi è interessato alla rete, per il modo in cui è costruita, non è mai quello di subire quello che produce e giudicarlo: l’atteggiamento è quello di prendere in mano un progetto e realizzarlo. Per migliorare la situazione dal suo punto di vista. Perché la rete non è soltanto quello che è: è anche quello che si vorrebbe che fosse. Quello che critici o entusiasti sperano che diventi. E il bello è che niente impedisce a chiunque abbia un progetto in mente, di provare a realizzarlo.
Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi: chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda.
lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com
HA dieci anni o dodici? Dieci da quando Peter Merholz scrisse, maggio 1999, “we blog”, inteso come noi blogghiamo, sulla fascia laterale del suo sito. E in quel momento il gergo tecnologico si fece verbo nell’uso comune e nei vocabolari, oltre che sostantivo (“weblog”), com’era già. Da quando, dodici anni fa, forse quindici, i pionieri avevano cominciato a sperimentare un modo per “auto pubblicarsi” i loro testi e foto senza chiedere permesso a nessuno.
Dieci anni e più di 150 milioni di blog più tardi, il mondo si è “blog-formato” senza saperlo. Ci siamo abituati a siti che dettano la legge del gossip, alla Cina che litiga nei blog, e dove i blogger sono arrestati, all’Iran dove qualcuno di loro è morto in carcere. E ai blog che si trasformano in giornali - qualcuno chiama ancora così l‘“Huffington Post”, una corazzata da 50 collaboratori e passa.
Il blog da genere “antimedia” si è mutato in “mainstream”, abitudine di massa: abbiamo 11 milioni di iscritti a Facebook in Italia che ogni giorno bloggano senza sapere di farlo. Si è polverizzato nei “twitter” di 140 caratteri o nel “TumblR”, più lungo, ma sempre fulmineo nel testo o nelle sentenze. Tutte cose che si possono fare senza un computer: non c’è telefono “smart” che non abbia il suo programmino per pubblicare un “post” o per leggere il flusso dei “twitter”. Le idee si sminuzzano in uno spazio lungo quanto uno sms e stabiliscono la nuova unità di misura della comunicazione. Se n’è accorto il New York Times.
Da una settimana al giornale hanno nominato un “Social Media Editor”, si chiama Jennifer Preston. Si occuperà di “disseminare” le notizie del giornale, liofilizzate in micro messaggi, attraverso twitter, Facebook, MySpace e ovviamente attraverso i blog. E come si fa a viaggiare nel mare del social web?
Il link è il collegamento che ogni blog (o twitter o microblog qualsiasi) stabilisce con la fonte della sua notizia o della sua indignazione. Io cito te, tu citi me, e avanti così per migliaia di collegamenti. Parole che comunicano con parole. Che hanno i loro luoghi di aggregazione, tempeste di passaparola che possono far dimettere un ministro o fare a pezzi un titolo in borsa. Al New York Times hanno da tempo capito che la metà del loro traffico web - quindi circa 10 milioni di persone al mese - arrivano ai contenuti del giornale non da titoli o spassionata lettura, ma dai sentito dire di questa piazza. Quel passaparola è linfa vitale e non solo per il giornale.
Ci sono organizzazioni intere che si dedicano all’analisi delle parole dei blog, di Twitter e Facebook. Un’industria allo stato nascente. L’ultima ricerca italiana in ordine di tempo, quella di “Liquida”, prende in esame 1 milione di post in 15mila blog e presto sarà settimanale. Non si limita alla statistica - hanno scritto 21mila volte “Berlusconi” - ma studia il contesto e il significato valoriale di quelle parole. Se a favore o contro Berlusconi. Per farlo si applicano tecniche avanzatissime, come quella del web semantico: linguistica e statistica, matematica e web, applicate al principio che l’informazione è un tesoro solo se sai portarlo alla luce. C’erano una volta i blog del sottosuolo e dell’antimedia. Era dieci anni fa. Forse dodici.
Vittorio Zambardino - Repubblica web
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