Una recente ricerca avanza nuove ipotesi interpretative sul “gender pay gap”, il differenziale retributivo di genere. Due ricercatori della Toulouse School of Economics, dopo aver analizzato i percorsi di carriera di oltre 16mila manager di 4mila aziende europee e americane dal 1997 al 2009, sostengono che la differenza tra i redditi di uomini e donne, a parità di qualifica e impiego, sia da attribuire all’efficacia del networking.
Se per gli uomini il reddito cresce in misura proporzionale al numero di persone influenti conosciute durante la propria vita lavorativa, per le donne non esiste alcuna correlazione. Con un’unica, ma significativa, eccezione: il reddito delle manager cresce all’aumentare dei legami con altre donne influenti.
Questi risultati potrebbero dipendere da numerosi fattori. Ricerche precedenti dimostrano che le donne preferiscono avere reti piccole con “legami forti”, mentre gli uomini creano reti più ampie con numerosi “legami deboli”, più utili per trovare lavoro e fare carriera. Gli uomini parlano di sé o di questioni di cui si ritengono esperti, mentre le conversazioni femminili sono volte a soddisfare le necessità della propria rete sociale. Inoltre, le donne potrebbero essere meno disposte a chiedere aiuto ai propri legami deboli (variante dell’ipotesi “le donne non chiedono” di Babcock e Laschver).
Ma la spiegazione più interessante è legata all’homophily: ognuno di noi tende a stabilire legami con chi gli somiglia. Un fenomeno che è stato accentuato dai social media: potremmo accedere a mondi diversi, scoprire altre culture e confrontarci con nuove esperienze, invece li utilizziamo per circondarci di persone simili a noi, che hanno i nostri interessi e ci rafforzano nelle nostre opinioni (cliccano “like” e fanno “retweet”).
L’homophily condiziona anche i percorsi di carriera: le donne non riescono a trarre vantaggio dal capitale sociale accumulato grazie a contatti professionali con uomini, ma solo dal sostegno di donne influenti. Statisticamente, partono svantaggiate.
Questo spiega il successo delle comunità nate per facilitare la costruzione di reti sociali di tipo professionale tra donne, particolarmente attive in ambito tecnologico. Ci sono associazioni (Girl Geek Dinners, Donne e tecnologie, Professional Women’s Association, ValoreD, EWMD, ITWIIN ecc.), gruppi su LinkedIn (Donne di Business, Donne@Work, Womentech ecc.) e social network (W&W, Imprendium ecc.). Una strategia efficace per aggirare la chiusura dei network maschili, ma che non mette in discussione i fattori che l’hanno generata.
Se l’homophily può spiegare il differenziale retributivo di genere, quali politiche potrebbero contrastarlo?
Nel secondo trimestre 2011 il numero degli occupati cresce in termini tendenziali dello 0,4% (+87.000 unità). Il risultato è dovuto esclusivamente allo sviluppo dell’occupazione femminile.
Continua il calo dell’occupazione italiana (-81.000 unità), a fronte della stabilità al 56,6% del tasso di occupazione. L’occupazione straniera aumenta significativamente (+168.000 unità), ma il relativo tasso di occupazione, come nel biennio precedente, è ancora in discesa dal 63,6% del primo trimestre 2010 al 63,5%.
L’industria in senso stretto prosegue il moderato recupero avviatosi nel primo trimestre 2011, registrando un incremento tendenziale dell’1,1% (+50.000 unità), concentrato nelle imprese di mediograndi dimensioni. Il terziario registra un nuovo risultato positivo (+0,9%, pari a 133.000 unità), diffuso soprattutto nelle posizioni lavorative dipendenti.
Dopo il moderato aumento del trimestre precedente, gli occupati a tempo pieno tornano a
diminuire su base annua (-0,2%, pari a -32.000 unità); quelli a tempo parziale continuano ad aumentare (+3,4%, 119.000 unità), ma si tratta, ancora una volta, di part-time involontario.In confronto al recente passato, la riduzione dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato è più contenuta (-0,1%, pari a -19.000 unità), mentre continua a crescere il numero dei dipendenti a termine (+6,8%, pari a 149.000 unità), in gran parte nell’industria in senso stretto.
Come già nel primo trimestre, il numero dei disoccupati registra una riduzione su base
tendenziale (-7%, pari a -146.000 unità). La discesa riguarda sia le donne sia, soprattutto, gli uomini ed è particolarmente rilevante nel Centro-Nord. D’altro canto, sale dal 48,1% del secondo trimestre 2010 al 52,9% del totale l’incidenza della disoccupazione di lunga durata.Il tasso di disoccupazione è pari al 7,8% (era 8,3% nel secondo trimestre 2010); l’indicatore
diminuisce su base annua per gli uomini (-0,6 punti percentuali) e, in misura di poco inferiore, per le donne (-0,5 punti).Il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni scende dal 27,9% del secondo trimestre 2010 al 27,4%, con un picco del 44% per le donne del Mezzogiorno.
Continua a crescere la popolazione inattiva. Il fenomeno interessa sia coloro che cercano lavoro non attivamente (+38.000 unità) e quelli che non cercano ma sono disponibili a lavorare (+17.000 unità), sia, e soprattutto, quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare (+184.000 unità). Il tasso di inattività si porta al 37,9%, quattro decimi di punto in più rispetto a un anno prima.
L’aumento degli inattivi deriva dal ritorno alla crescita della componente italiana (+105.000 unità) e dal persistente incremento di quella straniera (+95.000 unità), in particolare femminile.
Fonte Istat.it
Il lavoro in Italia
Nel nostro Paese gli uomini, a parità di qualifica, guadagnano nettamente
più delle donne. Il motivo?
La discriminazione fra i sessi.A parità di qualifica e impiego, in Italia le retribuzioni degli uomini sono superiori a quelle delle donne: queste ultime, cioè, guadagnano fra il 10% e il 18% in meno rispetto ai colleghi maschi di pari grado. Una differenza che “è dovuta interamente a fenomeni di discriminazione”. Lo certifica una ricerca presentata ieri dal Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) e curata dall’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori). Dallo studio, condotto su diecimila lavoratori e lavoratrici italiane, emerge che il divario retributivo per le lavoratrici dipendenti risulta particolarmente elevato in alcuni ambiti: tra le donne meno scolarizzate raggiunge quasi il 20% e si mantiene oltre il 15% per chi ha la licenza media. Ne soffrono sia le giovanissime (8,3% di penalizzazione sui coetanei) che le lavoratrici adulte (12,1%), mentre è più contenuto nella fascia di età compresa fra i 30 e i 39 anni (3,2%).
Differenze in tutti i settori
La forbice retributiva appare marcata anche fra uomini e donne nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (il 20,6% in più per gli uomini), degli impiegati (il 15,6%), dei legislatori, dirigenti e imprenditori (il 13,4%). Particolarmente elevata è anche la penalizzazione dei salari delle donne impiegate in professioni non qualificate (il 17,5% in meno rispetto agli uomini). Forti differenze anche fra uomini e donne impiegati nei servizi finanziari e in quelli alle imprese (rispettivamente il 22,4% e il 26,1%), nell’Istruzione e nella Sanità (il 21,6%), nella manifattura (il 18,4%). Per il Cnel “la mancanza di politiche di conciliazione costringe le donne a uscire dal mercato del lavoro. Sono discriminazioni inaccettabili”.
fonte City 5.10.11
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