focalizziamo subito l’attenzione sui protagonisti:
chi parla ha a disposizione di 50 minuti,
ma l’attenzione di chi ascolta
dopo appena 10 minuti è prossima allo zero
chi parla deve quindi trovare un equilibrio
e cioè deve segmentare i 50 minuti in 5 moduli
e affrontare solo 5 concetti-chiave
ciascun modulo avrà la durata di 10 minuti:
il 1° minuto serve ad esporre il concetto chiave
nei restanti 9 minuti si devono fornire i dettagli
Leggere tutto l’articolo e le fonti: davvero interessanti.
C’era una volta una bellissima diciottenne di nome Naomi Felicita che tutti chiamavano Biancaneve perché nessuno sapeva quale fosse il nome e quale il cognome e così era decisamente più facile. Naomi Felicita detta Biancaneve aveva una matrigna di nome Veronica che era sposata con il Re più potente del Reame, il quale la riempiva di regali e attenzioni. Quando Naomi Biancaneve crebbe divenne però bellissima e al Re gli fece subito molto gola, tanto che una mattina, al solito consulto regale dello specchio, la regina si rese conto che aveva le zampe di gallina sotto gli occhi, il lifting non reggeva più e Bianca era più figa. Decise allora di allontanarla dal Reame, per paura di perdere il potente Re del regno del Biscione e mandarla in esilio grazie alla pubblicazione di una lettera su un quotidiano.
Tutto questo perché lo staffiere era già in carcere e non poteva condurre la giovine a morte nel bosco.
Fu proprio nel bosco che riparò la Nostra fighissima eroina. Si ritrovò in balia della foresta e dei venti e di un clima freddo e solo quando intravide una casetta bassa, illuminata a giorno, si sentì in salvo. Bussò a lungo alla porticina e nessuno venne ad aprirle, così decise di entrare lo stesso. Si accomodò in un salottino con sette poltroncine e mangiò sette panini sul tavolo (erano hamburger, per essere precisi) e poi bevve da sette bicchierini di champagnino.
Un po’ brilla ma satolla, stava per dirigersi a dormire su uno dei sette lettini quando rientrò uno dei nani. Si trattava di Berluscolo, il nano mentitore. Esso era un gran bugiardone, dal colorito arancione e l’aspetto paterno. Berluscolo accolse con entusiasmo la giovane e succulenta Biancaneve nella sua magione. Prima di condurla nella stanza da letto le mostrò le diapo del suo ultimo viaggio negli States dal gigante giovane e abbronzato e poi tirò fuori anche un grande classico: la collezione di farfalle. Tutte d’oro. Tempestate di diamanti.
Biancaneve che era una tontolona e le avevano detto che a far la gnocca ci si guadagna sempre, era davvero ammaliata da cotanto lusso e rispetto e quando lui le propose di adottarla, lei lo guardò amorevole e gli disse: “ma allora tu sarai il mio papi…che bello!”
Berluscolo, che era appunto un nano mentitore, si sfregò le mani, sfoderò un sorriso a 104 denti e poi pregò la giovine di accomodarsi in camera da letto:
“tu sali pure” proferì paterno “aspettami sul lettuccio che mi ha regalato Putin, famoso elfo della steppa russa, io vado a togliermi un attimo il fondo tinta e poi arrivo”.
Fu a quel punto che l’idillio venne interrotto da Bondolo, nano poeta, il quale voleva a tutti i costi solazzar Berluscolo e Biancaneve con versi nobili e leggiadri.
Nello stesso momento arrivò anche Veronica, la perfida matrigna, la quale voleva fare il culo a Biancaneve. Fece irruzione nella casetta dei nani e si rese conto che Berluscolo altri non era che il potente Re, suo consorte, solo che in quel contesto non si metteva le scarpe tacco 15 che ella stessa gli aveva regalato.
La cosa la fece regalmente imputtanire. Sul lettuccio di Putin ci avrebbe dovuto tromb…ehm dormire lei e le sue chiappe sovrane., mica quella sciacquetta di Biancaneve!
Trò fuori dalla sua cesta un biscione malvagio il quale andò a mordere la giovane gnocchetta di paese e la addormentò ben bene e poi guardò nelle palle degli occhi Berluscolo Re e ci disse:
“se non vuoi che sveli il tuo segreto, mio Prode Signore, mi devi costruire Milano 3 e anche 4 e devi radere al suolo questa fottuta casetta e tutto il bosco che ci sta intorno, se no ti sputtano con elfi, fatine e gnometti del bosco!”.
Berluscolo allora si convinse, lasciò dormire Biancaneve sul lettuccio di Putin, edificò ciò che la moglie chiedeva e rase al suolo il Regno delle fiabe.
Che tanto, con lui al potere, mica ce n’era bisogno.
HA dieci anni o dodici? Dieci da quando Peter Merholz scrisse, maggio 1999, “we blog”, inteso come noi blogghiamo, sulla fascia laterale del suo sito. E in quel momento il gergo tecnologico si fece verbo nell’uso comune e nei vocabolari, oltre che sostantivo (“weblog”), com’era già. Da quando, dodici anni fa, forse quindici, i pionieri avevano cominciato a sperimentare un modo per “auto pubblicarsi” i loro testi e foto senza chiedere permesso a nessuno.
Dieci anni e più di 150 milioni di blog più tardi, il mondo si è “blog-formato” senza saperlo. Ci siamo abituati a siti che dettano la legge del gossip, alla Cina che litiga nei blog, e dove i blogger sono arrestati, all’Iran dove qualcuno di loro è morto in carcere. E ai blog che si trasformano in giornali - qualcuno chiama ancora così l‘“Huffington Post”, una corazzata da 50 collaboratori e passa.
Il blog da genere “antimedia” si è mutato in “mainstream”, abitudine di massa: abbiamo 11 milioni di iscritti a Facebook in Italia che ogni giorno bloggano senza sapere di farlo. Si è polverizzato nei “twitter” di 140 caratteri o nel “TumblR”, più lungo, ma sempre fulmineo nel testo o nelle sentenze. Tutte cose che si possono fare senza un computer: non c’è telefono “smart” che non abbia il suo programmino per pubblicare un “post” o per leggere il flusso dei “twitter”. Le idee si sminuzzano in uno spazio lungo quanto uno sms e stabiliscono la nuova unità di misura della comunicazione. Se n’è accorto il New York Times.
Da una settimana al giornale hanno nominato un “Social Media Editor”, si chiama Jennifer Preston. Si occuperà di “disseminare” le notizie del giornale, liofilizzate in micro messaggi, attraverso twitter, Facebook, MySpace e ovviamente attraverso i blog. E come si fa a viaggiare nel mare del social web?
Il link è il collegamento che ogni blog (o twitter o microblog qualsiasi) stabilisce con la fonte della sua notizia o della sua indignazione. Io cito te, tu citi me, e avanti così per migliaia di collegamenti. Parole che comunicano con parole. Che hanno i loro luoghi di aggregazione, tempeste di passaparola che possono far dimettere un ministro o fare a pezzi un titolo in borsa. Al New York Times hanno da tempo capito che la metà del loro traffico web - quindi circa 10 milioni di persone al mese - arrivano ai contenuti del giornale non da titoli o spassionata lettura, ma dai sentito dire di questa piazza. Quel passaparola è linfa vitale e non solo per il giornale.
Ci sono organizzazioni intere che si dedicano all’analisi delle parole dei blog, di Twitter e Facebook. Un’industria allo stato nascente. L’ultima ricerca italiana in ordine di tempo, quella di “Liquida”, prende in esame 1 milione di post in 15mila blog e presto sarà settimanale. Non si limita alla statistica - hanno scritto 21mila volte “Berlusconi” - ma studia il contesto e il significato valoriale di quelle parole. Se a favore o contro Berlusconi. Per farlo si applicano tecniche avanzatissime, come quella del web semantico: linguistica e statistica, matematica e web, applicate al principio che l’informazione è un tesoro solo se sai portarlo alla luce. C’erano una volta i blog del sottosuolo e dell’antimedia. Era dieci anni fa. Forse dodici.
Vittorio Zambardino - Repubblica web
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