qui si fa come con il maiale: non si butta via niente!
il mio blog
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HA dieci anni o dodici? Dieci da quando Peter Merholz scrisse, maggio 1999, “we blog”, inteso come noi blogghiamo, sulla fascia laterale del suo sito. E in quel momento il gergo tecnologico si fece verbo nell’uso comune e nei vocabolari, oltre che sostantivo (“weblog”), com’era già. Da quando, dodici anni fa, forse quindici, i pionieri avevano cominciato a sperimentare un modo per “auto pubblicarsi” i loro testi e foto senza chiedere permesso a nessuno. 
Dieci anni e più di 150 milioni di blog più tardi, il mondo si è “blog-formato” senza saperlo. Ci siamo abituati a siti che dettano la legge del gossip, alla Cina che litiga nei blog, e dove i blogger sono arrestati, all’Iran dove qualcuno di loro è morto in carcere. E ai blog che si trasformano in giornali - qualcuno chiama ancora così l‘“Huffington Post”, una corazzata da 50 collaboratori e passa. 

Il blog da genere “antimedia” si è mutato in “mainstream”, abitudine di massa: abbiamo 11 milioni di iscritti a Facebook in Italia che ogni giorno bloggano senza sapere di farlo. Si è polverizzato nei “twitter” di 140 caratteri o nel “TumblR”, più lungo, ma sempre fulmineo nel testo o nelle sentenze. Tutte cose che si possono fare senza un computer: non c’è telefono “smart” che non abbia il suo programmino per pubblicare un “post” o per leggere il flusso dei “twitter”. Le idee si sminuzzano in uno spazio lungo quanto uno sms e stabiliscono la nuova unità di misura della comunicazione. Se n’è accorto il New York Times. 
Da una settimana al giornale hanno nominato un “Social Media Editor”, si chiama Jennifer Preston. Si occuperà di “disseminare” le notizie del giornale, liofilizzate in micro messaggi, attraverso twitter, Facebook, MySpace e ovviamente attraverso i blog. E come si fa a viaggiare nel mare del social web? 
Il link è il collegamento che ogni blog (o twitter o microblog qualsiasi) stabilisce con la fonte della sua notizia o della sua indignazione. Io cito te, tu citi me, e avanti così per migliaia di collegamenti. Parole che comunicano con parole. Che hanno i loro luoghi di aggregazione, tempeste di passaparola che possono far dimettere un ministro o fare a pezzi un titolo in borsa. Al New York Times hanno da tempo capito che la metà del loro traffico web - quindi circa 10 milioni di persone al mese - arrivano ai contenuti del giornale non da titoli o spassionata lettura, ma dai sentito dire di questa piazza. Quel passaparola è linfa vitale e non solo per il giornale. 

Ci sono organizzazioni intere che si dedicano all’analisi delle parole dei blog, di Twitter e Facebook. Un’industria allo stato nascente. L’ultima ricerca italiana in ordine di tempo, quella di “Liquida”, prende in esame 1 milione di post in 15mila blog e presto sarà settimanale. Non si limita alla statistica - hanno scritto 21mila volte “Berlusconi” - ma studia il contesto e il significato valoriale di quelle parole. Se a favore o contro Berlusconi. Per farlo si applicano tecniche avanzatissime, come quella del web semantico: linguistica e statistica, matematica e web, applicate al principio che l’informazione è un tesoro solo se sai portarlo alla luce. C’erano una volta i blog del sottosuolo e dell’antimedia. Era dieci anni fa. Forse dodici.

Vittorio Zambardino - Repubblica web

I 10 anni del blog "Così ha riscritto il mondo"
lordbygon:

Bus Stop, 116

I vigili del fuoco lavoreranno numerosi anche oggi a L’Aquila. I vigili del fuoco sono eroi. E non è retorica. Vi sfido a parlare con tutti gli Aquilani, uno per uno, e tutti vi confermeranno le mie parole. I vigili del fuoco sono eroi che ti parlano. Sono eroi che ti ascoltano. Sono eroi che ti capiscono. Sono eroi che rischiano le loro vite per recuperare anche un solo pezzetto della tua vita spezzata. Sapete, noi terremotati siamo strani. Quando ho saputo che la mia casa era distrutta, il primo pensiero non è andato alle cose di valore che ho perso. E’ andato ad una gonna con un pappagallo che avevo appena comprata. Assurdo. Mi attaccavo ad una cosa che non mi occorreva affatto. Come una bimba con il suo orsacchiotto.Un vigile del fuoco, salendo su una scala pericolante, me l’ha portata. Ed ha raccolto le mie lacrime, e la mia riconoscenza. E mi ha capita.Schernendosi. Gli Aquilani tutti pregano i vigili del fuoco di conservare per loro qualcosa che è stata recuperata. Come pegno di affetto. Come si farebbe con un familiare. E i vigili del fuoco la accettano, anche se non sanno cosa farsene. Perchè capiscono che ti fanno felice.

Miskappa

I vigili del fuoco e i terremotati

Si chiama Angela Sozio.

Qualcuno la ricorderà per aver partecipato alla terza edizione del Grande Fratello dove si è distinta per una serie di giochi “piccanti” nella vasca idromassaggio.

I lettori più attenti, qualche anno dopo, l’avranno certamente riconosciuta mentre mano nella mano passeggia in compagnia del Grande Nano quando fu beccato dai paparazzi, probabilmente a parlare di filosofia politica ad alcune vallette televisive. Quella volta, dai, che la Veronica gli scrisse una lettera pubblica in cui si diceva un po’ seccata di questo scoop.

D’altra parte lei stessa aveva dichiarato che la foto compromettente costituiva un equivoco, trattandosi di una “riunione dei giovani di Forza Italia” (mi chiedo il mano nella mano del Cavaliere che momento della riunione fosse).

Oggi Angela compare felice, contenta e anche soddisfatta sempre accanto a lui, il nostro Presidente del Consiglio, durante una lectio magistralis dello stesso che benedice le giovani candidate al Pdl.

Insomma: pare che la giovine politica si sia distinta per raffinate e esimie qualità intellettuali tanto da poter ambire a rappresentare degnamente il popolo italiano tutto.

Cursus honorum di un'aspirante politica del Pdl

MARTEDÌ 7 APRILE 2009

Eccomi qui. Gli ultimi post sono stati scritti non di mio pugno. Era la mia amica Chiara che scriveva da Bologna. Questa sono io. La situazione è tragica. Inenarrabile. Io e la mia famiglia abbiamo perso tutto: case, lavoro, vita passata, radici. TUTTO. Ma quello che vorrei urlaste al posto mio è la rabbia di essere stati lasciati soli. Noi Abruzzesi siamo stati mandati a morte scientemente. Erano mesi e mesi di scosse, e nessuno ne ha mai parlato. Nessun giornale, nessun TG. NESSUNO. NESSUNO.NESSUNO. Nessun piano di emergenza era stato approntato. Siamo stati mandati a morte. Avrebbero dovuto farci evacuare. Il terremoto del 700 ha avuto la stessa casistica, gli stessi tempi. Identico. E loro ci rassicuravano. Parlano di 200 morti. Bugia. Al momento sono mille. E non è finita. E gli sfollati sono 60mila.Denuncio quell’imbelle del sindaco Cialente. La presidente della provincia Stefania Pezzopane. Tutte le autorità. L’Aquila non è. Fu. E noi tutti con lei. Si entra in città e non si hanno più punti di riferimento. Mio marito è entrato stamani. E’ tornato al campo sfollati. Non connetteva. Non sapeva più neanche il suo nome. Sono lucida. Le cose che vi dico sono verità. A presto. Anna

(Miss Kappa)

L'Aquila non c'è più

La mia è una generazione senza futuro. Di comparse, quando va bene, di fantasmi, quando va male. Il problema più grosso è l’invisibilità. Cerchiamo faticosamente, con tenacia e puerile sicumera, di crearci attorno dei micro-mondi fatti di relazioni, il compagno di vita, gli amici, i figli che siamo riusciti ad avere e quelli che ancora vorremmo fare, e chissà se ci riusciremo mai.

Ci chiudiamo in queste piccole stanze rassicuranti, dove tutto è, o ci sembra, come noi, dove troviamo, sappiamo di trovare, conforto, calore, familiarità, condivisione. Non viviamo di massimi sistemi, ma di piccole cose, di dettagli insignificanti e importantissimi, essenziali, vitali in ogni nostro giorno su questa terra.

Cerchiamo anche di tenerci svegli, di accendere il nostro cervello la mattina, dopo il caffè, per ripeterci fino alla nausea che abbiamo un obiettivo, che senza progetti non si può vivere, che dopo uno ne verrà un altro. Leggiamo moltissimo, la TV è un brutto scatolone grigio che staziona in soggiorno solo per pigrizia, o abitudine familiare.

Mi ricordo quando era appena nata mia figlia. Avevo la certezza che sarei riuscita a superare lo sconvolgimento che aveva portato nella nostra vita di adulti giovani e liberi solo leggendo. Mi ricordo che pensavo a quale libro leggere ancora prima di aver finito quello precedente, per la paura di restare senza. La finzione che ti àncora alla realtà. 

Dobbiamo elaborare un pensiero. Dobbiamo. Per vincere l’invisibilità. Per sapere di averlo. Perché pensare è futuro. Io sono iscritta a un dottorato di ricerca senza borsa di studio. Se c’è tanto allarme perché presto i dottorandi e i ricercatori spariranno dimenticati, noi senza borsa questa condizione la viviamo da sempre. Mai nessun distinguo, invisibili. Ma non riesco ad abbandonare.

Si parla di letteratura, e attraverso questa di filosofia della politica, di critica sociale, di storia della cultura. Si parla del mondo di ieri per analizzare il mondo di oggi. Si cerca di interiorizzare categorie che permettano di capirlo, di interpretarlo. Di superarlo. Ne ho bisogno. Non posso fare senza. Mi serve per sopravvivere intellettualmente in questo mondo sempre più gretto. Personalmente ho trovato questo modo, ce ne sono altri. 

Per guadagnare faccio l’impiegata con una borsa di studio. Ripeto, di studio. Non sono contata nel personale, quando ci sono solo io è come se non ci fosse nessuno, sono invisibile. Tuttavia ogni giorno apro la porta, rispondo al telefono, rispondo alle mail, e non studio affatto, lavoro. Sono ricattabile, anche se ho capito tutto devo far finta di no e ringraziare per l’opportunità formativa che mi stanno dando.

Per il nido comunale di mia figlia, se non fosse per un altro lavoro saltuario, sarei madre non lavoratrice. Però faccio 36 ore la settimana. Non ho maternità, non godo di un trattamento previdenziale. Non avrò mai un TFR. La borsista non è una madre lavoratrice, però lavora.

Mi ripeto continuamente… questi sono i migliori anni della mia vita…
Il problema più grosso è l’invisibilità. Se sei invisibile non hai prospettive, non hai un futuro. Questo oggi è un problema politico. La politica che tradizionalmente si rivolge a noi, generazione di anime alfabetizzate, non ha capito questo. Noi non siamo una categoria, e non vogliamo forse nemmeno esserlo. Non siamo “gli operai”, non siamo “gli studenti” o “i pensionati”.

Siamo i precari? Senza dubbio, ma c’è così tanta disomogeneità che come si fa a definire questa una “categoria”? E’ molto difficile raggiungerci, parlarci, trovare un linguaggio che vada bene per tutti come per ciascuno. Sappiamo che un obiettivo comune è quantomeno auspicabile, se non necessario, ma non sappiamo come si fa. Nessuno ce lo ha insegnato, e anche adesso chi dovrebbe guidarci è totalmente incapace di vederci per quello che siamo. Se sei invisibile, sei solo.

La questione non è che gli elettori di Berlusconi sono di destra. Anche, certamente, ma il punto è che non si sentono invisibili. Si riconoscono in lui, nei tristi figuranti delle sue trasmissioni televisive, avevano bisogno di questo e l’hanno trovato. Non se lo lasceranno scappare. Si sentono fortissimi. Il nostro avvizzimento è il loro principale alleato. La nostra solitudine, la paura di parlare delle nostre aspirazioni e desideri, l’incapacità di uscire da quelle stanzette, di difendere la nostra identità.

Sono stata cresciuta da un padre di un rigore disarmante, per il quale la logica, la coerenza, la correttezza non sono mai state opzionali. Ora mi sembra di vivere nel mondo dell’assurdo e l’istinto più forte che ho è di fuggire e portare via mia figlia da questo paese senza speranza. E’ così faticoso ridisegnare ogni giorno i nostri contorni sempre più evanescenti che ci sentiamo debilitati, deboli, dove invece il paradigma dovrebbe essere “la forza fa l’unione”. Questo è il problema di una certa politica, di un certo Paese, nel nostro oggi. Un debole esercito di comparse, quando va bene, di fantasmi quando va male.

05 marzo 2009

di Chiara Faiolo

Lettere dal precariato - L’Unità


«Noi comparse, noi fantasmi dobbiamo elaborare un pensiero»

Ma la cosa che definitivamente mi fa incazzare, è la scoperta della crisi. Torno alle prime righe di questo post: la crisi per un sacco di gente, soprattutto giovani, c’è da sempre. Da quando siamo usciti dalle superiori non fate che ripeterci che non c’è posto per noi, che siamo in esubero, che abbiamo studiato troppo o troppo poco o comunque cose inutili, che non avremo la pensione, che non avremo la mutua, che non avremo il mutuo, non avremo una casa, non avremo una famiglia. Da dieci anni ormai ci prendete e ci buttate, ci fate lavorare a singhiozzo, ci licenziate senza preavviso, ci fate pagare delle tasse senza darci nulla in cambio, e ora ci venite a parlare di contratti di solidarietà, di sussidi di disoccupazione, di cose che comunque varranno solo ed esclusivamente per i lavoratori già protetti, quelli sindacalizzati, quelli delle grandi aziende, quelli che non siamo noi. Per noi, è “No future” da quando siamo nati.
E ora che voi finalmente annusate un pochettino della merda in cui viviamo, ci venite a dire di non andare a berci una birra perché “non sta bene, c’è la crisi”?

Ma andate a cagare, voi e la macchina per il pane.

A casa di Irene

Un'altra, grazie
cannella:

New Work: Murals for The Library Initiative

Su una cosa ha ragione, secondo me, Francesco Alberoni: ci vuole una moratoria. Ma a differenza di Alberoni, che per salvare gli insulsi giovani d’oggi spegnerebbe per due mesi l’anno YouTube, le chat e le discoteche (e ZetaVu spiega bene perché ha preso una cantonata), penso che a tacere dovrebbero essere, ma tipo per almeno dodici mesi l’anno, tutti coloro che non hanno idea di che cosa stiano parlando (ivi compresi molti miei colleghi giornalisti che rinnegano quotidianamente la loro professione, buona parte degli opinionisti buoni per ogni emozione, gran parte degli esperti di tutto e niente, e la quasi totalità della classe politica contemporanea). Di questi illetterati annacquatori di dibattiti digitali, criminali sabotatori di opportunità democratiche, assassini del buon senso non abbiamo alcun bisogno e io ne provo crescente orrore - appena mitigato nei casi, come credo sia quello di Alberoni, in cui mi immagino lo sforzo che la buona fede deve aver fatto per arginare l’arroganza delle dita mentre battevano sulla tastiera.

Poi se la prendono coi blogger. Ma i blogger - qualunque cosa siano - almeno parlano in rete, lasciando l’iniziativa e il filtro a ciascuno di noi. Siamo noi, immersi in una conversazione ricca e solidale, a contestualizzare e a valutare quel che fa per noi o che riteniamo sensato, paradossalmente arricchendo e non fossilizzando il nostro punto di vista. In tv, in radio, sui quotidiani - ancora molto influenti verso le grandi praterie non ancora connesse - no: il filtro è a priori, si suppone una scrematura della qualità e del pensiero che, quanto meno, dovrebbe ovviare ai deliri e alle distorsioni palesi della realtà (laddove ci si aspetterebbero opportunità divulgative e dibattiti costruttivi tra chi, conoscendo a menadito media digitali e network sociali, legge in modo differente opportunità e rischi). Invece da mesi si spara su internet dicendo, ventilando e legiferando colossali scemenze. Che peraltro non raggiungeranno nemmeno il loro scopo, perché minate alla base dalla stessa mancata comprensione dello strumento che ne ha dato origine. Ma che intanto stanno facendo perdere innumerevoli treni a questa nazione già molto mal consigliata, tra le risatine nemmeno più trattenute di mezzo mondo (perfino uno di solito misurato e accademico come Weinberger, voglio dire). Non è per le risatine, è per il nostro destino miserevole e decadente, che tutti vedono così chiaramente tranne noi che siamo impantanati fino al collo.

Sergio Maistrello - La moratoria degli ignoranti

La moratoria degli ignoranti

Gli altri genitori erano lì, preoccupati che il loro figlio fosse il più bello, quello che cantava meglio, quello che spiccava nel suo costumino.

Io ho cominciato a piangere non appena mi son seduta in teatro. Le recite di Alexander mi ammazzano. Al nido, la recita di fine anno con la consegna dei “diplomini di accesso alla scuola materna” si è scagliato urlante fuori dalla sala. Lo scorso anno è stato tenuto tutto il tempo dalla sua insegnante di sostegno, mentre fissava il vuoto del pubblico, con lo sguardo assente. E sua mamma che caragnava come una fontana in sala, in uno dei pochissimi momenti in cui, al buio, lascio che la mia durezza ceda il posto all’umanità ed alla commozione.

Ero tesa e umidiccia. Con la mia Eos già bella accesa, che aspettava di immortalare almeno un sorriso, uno sguardo interessato, un bambino felice. Ma avevo paura. Non avevo idea di cosa mi aspettasse, di come Alexander avrebbe reagito all’impatto con il pubblico, dopo esser stato tra l’altro, cosa che non succede mai, a scuola un’ora in più per prepararsi.

Sempre più umidiccia, con numerosi kleenex nella tasca, ho visto sfilare i piccoli, adorabili. Sapevo che dopo di loro arrivava il turno dei mezzani, la fascia in cui rientra il mio cucciolo di uomo, e la tensione mi si abbatteva addosso.  Partono. Le fatine, le stagioni, le stelle comete… mio figlio non c’è. Ma la stagione dell’estate chiama gli angeli del Natale e vedo Alexander con una tunica di seta azzurra, le decorazioni argento ed il viso disteso che, da solo, segue i suoi compagni e si mette in posizione come un attore consumato. Parte la canzoncina e si accendono le luci dei proiettori. Alexander si ripara gli occhi, ma rimane lì, sorridente, guarda tra il pubblico, mi vede appena sotto il palco, sorride, getta uno sguardo dietro le quinte alla sua insegnante di sostegno e continua a partecipare evidentemente soddisfatto alla recita. La canzone finisce. Alexander segue la formazione degli angeli e prende posto sulla panca a lato del palco, rispettando l’ordine stellacometa-angelo-stellacometa. Si siede e mi guarda. Mi guarda e sorride. Sorride e balla con i compagni al ritmo della musica muovendo il bacino e la testa. Io scatto, scatto, scatto e piango. Piango e gli sorrido. E lui ricambia.

La signora di fianco a me, impassibile, mi fa notare che è uno scempio che le maestre lascino uscire i bambini con il vestito che ha la decorazione staccata, sta male nelle foto, beandosi che sua nipote ha il tutù più composto delle altre, le calzine più bianche, i pon pon più splendenti,  che poi riguardandosi tra qualche anno queste cose le noterà, che sono importanti, no? “Signora, per me il più grande traguardo è vedere il suo sorriso, vederlo lì sopra in piena consapevolezza. Di queste stronzate, mi scusi, non me ne frega un cazzo.” e sono andata avanti a piangere.

Black Cat

Broadway-Pavia, no return